Lettera di Giovanna Morganti

Semino la veccia di Sicilia, il piacere di portare alle Boncie materia di una terra che sento forte e familiare. Che fatica! Il cuore batte nelle orecchie e penso che una seminatrice sarebbe utile. Ma poi ricomincio: come potrei rinunciare al gioco del seme che rimbalza sui sassi?  Lavorare così è il mio lusso. Rincuorata nel fare un gesto antico come il mondo, cammino e semino. E mi placo.

Tutte le volte che esco dalle Boncie per partecipare a una manifestazione sui vini naturali torno piena di pensieri, spesso rabbiosi, e allora ho voglia di comunicare dare sfogo cercare il confronto…

Ho bisogno di seminare e poi è importante raccontare la storia, per non perdere la memoria, seppur di fatti recenti.

Sintesi.

Nei primi anni duemila Fabrizio Niccolaini cerca contatti con produttori che sono come lui “artigiani”; alcuni già biologici altri per la strada, tutti hanno rifiutato le regole dell’enologia industriale.

Incontra Stanko Radikon, Nico Bensa, Angiolino Maule, Dario Princic,Walter Mlecnik, Kante e inizia con loro un periodo di conoscenza e di scambio. Decidono di unire le forze e partecipano insieme al Vinitaly. In una delle serate veronesi assaggiano una bottiglia della Coulée de Serrant, scoprono quel vino e scoprono che Nicolas Joly ha fondato un movimento di vignaioli, la Renaissance de Aoc che ha lo scopo di «garantire ai consumatori, nella bottiglia, l’originalità di un luogo particolare». Tale garanzia è ottenuta rispettando le relazioni fra i quattro elementi: calore luce acqua e terra. Le regole sono scritte nella carta di qualità, non è obbligatorio essere biodinamici ma i maggiori rappresentanti dell’associazione lo sono.

In Italia l’agricoltura biodinamica è ancora materia da iniziati. L’associazione per l’agricoltura biodinamica è strettamente legata all’associazione antroposofica, che è molto lontana dalle vigne e dal vino e, soprattutto, dai produttori.

Nel gennaio 2003 Sandro Sangiorgi, nella sede di Porthos, invita Nicolas Joly a tenere un seminario. Nascono altri contatti. Ricordo con emozione quelle due giornate, il seme era stato buttato…

Fabrizio, Angiolino e Stanko chiedono di entrare a far parte di Renaissance, vengono accettati e, come dice Fabrizio, «è un opportunità». Certo è l’opportunità di unirsi a produttori già noti, di presentare i propri vini all’estero, insomma di essere credibili in un momento nel quale il vino italiano sta navigando verso altre rotte.

Renaissance organizza al Vinexpo di Bordeaux un padiglione separato (angar 14), invitando produttori di tutta Europa. Arriva anche Luca Gargano che, cogliendo bene l’«opportunità», collabora attivamente alla creazione di un evento italiano.

Nicolas Joly consiglia la costituzione di un’associazione italiana, nel 2004 nasce Vini Veri.

I soci fondatori sono Fabrizio, Stanko, Angiolino e Giampiero Bea. Prende corpo l’idea di Villa Favorita e Vini Veri cresce. Fabrizio comprende che per dare forza al movimento si devono coinvolgere produttori credibili di territori riconosciuti. Arrivano Baldo Cappellano e Beppe Rinaldi. La rete si allarga quasi casualmente: Dario Princic, Nico Bensa, Walter Mlecnik, Stefano Bellotti, Alessandro Sgaravatti, Ezio Trinchero, Camillo Donati, Beniamino Zidarich, Marco ed Eleonora Casolanetti, Paolo Vodopivec, e me. Ognuno con motivazioni diverse ma tutti consapevoli di avere molto in comune.

La naturalità è data per scontata, tuttavia per cominciare a definirla e a comunicarla viene scritta una regola.

Nel 2004 la prima edizione di Villa Favorita. A parte le difficoltà organizzative e alcune divergenze tra di noi, la manifestazione funziona.

In quel momento, pur tenendo presente l’importanza di «un fare sano» in vigna e in cantina, cresce la necessità per l’associazione di ampliare il significato di esistere.

Joly non si fida più dell’impronta biologico-dinamica di Vini Veri e decide di delegittimarci incaricando Bellotti di costituire l’associazione Renaissance de Aoc Italia, che diverrà referente del gruppo francese.

Discussioni interne, diversità caratteriali e di progetto determinano la rottura con Angiolino, che decide di fondare VinNatur; Camillo lo segue.

In sintesi, è la vera storia di Vini Veri.

E ora il presente.

Abbiamo più volte tentato il dialogo con le altre associazioni. Con Reinassance, anni fa, abbiamo scritto la «carta dei sentimenti», un riconoscere l’essenza comune: «la testimonianza della vitalità del vino non può essere limitata al confronto fra naturale, biologico, biodinamico; le scelte che abbiamo compiuto, tutti indistintamente, sono nate dal rispetto per il territorio, per le relazioni umane, per noi stessi. Sono frutto di un rapporto viscerale con la terra, sono sentimento prima che formazione». Ma poi, a chi interessa?

Continuo a seminare… anzi sento la responsabilità di averlo fatto.

Penso a Baldo, alle chiacchierate sulle inutili definizioni e sull’importanza delle parole “tradizione” e “patrimonio”. Consulto il vocabolario etimologico. Tradizione viene da trans-dare: consegnare al di là, oltre. Indica una trasmissione nel tempo, una consegna, il passaggio di qualcosa alle generazioni successive. Patrimonio viene da pater: è l’insieme dei beni che qualcuno prima di noi, ad esempio il padre, ci ha lasciato. Qualcosa che diventa tuo e che tu lascerai, a tua volta, in trasmissione (o tradizione) ad altri.

È il presente che mi sfugge: prima di pensare a che cosa posso lasciare, devo sapere quello che ho.

È indubbio che possiamo trans-dare solamente la sostanza, ciò che è vero.

Il carattere chiuso, lo stare in silenzio di chi ha scelto di fare l’agricoltore entra in collisione con le tante chiacchiere, con i tanti salotti, con tutto il fenomeno dei vini naturali, con chi ne parla da grande esperto, con chi è arrogante e giudica usando percentuali di stima personale. E i produttori cosa fanno? Fanno salotto. E le richieste? Un tavolo, per favore. Voglio un tavolo e lo voglio qui, e là, e magari anche al Vinitaly: il presenzialismo è ossessivo. Tutto è naturale… Io sono più pulito di te, eticamente molto più pulito, e finanche più contadino.

Un presenzialismo ossessivo e un confronto spesso sgarbato con gli altri in relazione a quale tavolino hanno scelto. Non c’è altra critica.

La cosa ci sta scappando di mano, forse è già andata.

Vini Veri ha la responsabilità di tutelare quel seme, di custodirlo perché il frutto maturi e il seme possa di nuovo germogliare.

7 commenti

  • marco arturi

    Cara Giovanna,
    quello che scrivi è condivisibile e, con ogni evidenza, sentito e meditato. Finalmente un’analisi – sincera fino a essere cruda – capace di spingersi ben al di là di certe considerazioni di segno qualunquista che circolano in questi giorni riguardo alle fiere “alternative” veronesi e alla natura di un gruppo come il vostro. Sai che per ragioni affettive e “storiche” sono vicino a Vini Veri, quindi mi fa enormemente piacere che tu chiuda questa tua lettera con un auspicio positivo. Però vorrei chiederti di essere più chiara quando parli di “tutelare quel seme, di custodirlo perché il frutto maturi e il seme possa di nuovo germogliare”. Cosa pensi sia possibile fare, cosa proponi nel concreto?

    • giovanna

      Caro Marco,
      la lettera è indirizzata ai produttori, ai miei compagni di vini Veri ed agli altri che ci seguono.
      Il fermarsi a pensare è già un atto concreto , il riuscire a parlarci con sincerità è prioritario rispetto a qualsiasi proposta .
      A presto.

  • Andrea Barbaccia

    Nel 1979 nel film “Life of Brian” dei Monty Python il protagonista per una serie di equivoci viene scambiato per il messia ed inseguito dalla folla, nella fuga perde una scarpa ed una zucca e subito i Paleo-Cristiani si dividono in Zucchiati e Scarpiati, le scuole di pensiero e gli -ismi vengon liquidati in una scena e con una risata.
    Il disorientamento che che caratterizza i nostri tempi ci fa perdere di vista da dove veniamo e non ci fa comprendere dove vogliamo andare e nel mezzo per esorcizare le paure si urla, come se una frase di cui si è poco convinti detta ad alta voce possa diventare il cardine delle proprie sicurezze, in realtà si urla per coprirle e si finisce per essere ancora più incerti e fuorvianti per chi ci ascolta.
    Il fatto che tu sappia cosa hai seminato e cosa ne potrebbe germogliare non mi sembra poco.
    Lascia agli altri il possesso, sopratutto di quegli effimeri “tavoli” che tanto bramano perchè ciò che puoi trasmettere ti appartiene in maniera così profonda da essere inalienabile ed inusurabile mentre al tavolo in cui oggi siedo io domani si siederà un altra persona e i salotti chissa quanti culi avranno già visto!
    La mia metà contadina spera di riuscire, prima o poi, a seminare una “pasina” di veccia insieme a te alle Boncie.

  • carolina

    Quest’ anno spero davvero ci si possa parlare un pò, tra donne, di vino. Sono estremamente incuiosita dal tuo modo di fare, e desiderosa di imparare e confrontarmi con te e con gli altri del vostro splendido gruppo. Credo che per crescere assieme si debba seminare un pò tutti, e il seme vale più di mille certificazioni e di tanti, troppi, tavoli importanti. Se mi guardo vedo una persona che ama stare un pò indietro, non di fronte al tavolo più importante. Ciao Giovanna, prendo un pò di semini e ne faccio tesoro, da te e da Augusto 🙂

  • angelo bertacchini

    cara giovanna,
    apprezzo molto la tua presenza di spirito e la voglia di autenticità che in ogni cosa che fai si riconosce. Mio nonno che era un contadino vero, ciceva che le società si fanno in numero dispari e tre sono troppi!
    Quale semplice e sublime verità! Purtroppo per tenere uniti un gruppo di persone, per quanto questo gruppo sia tra loro affine, è necessario scendere a compromessi e più il gruppo si allarga e maggiore è la dose di compromessi da accettare. Nicola Joly sostiene che in una stanza buia basta un cerino per uscire dall’oscurità; quindi se questo è vero non hanno senso le divisioni sulla base di principi mistici, provenienti da non sò quale influsso cosmico.
    Non credo che lo scontro mistico porti a niente di buono, io parlo come un ammiratore dei principi della biodinamica, non sono un biodinamica, ma un ammiratore della vera essenza della vostra amata disciplina, cioè l’amore per la terra!
    L’osservazione della natura e l’amore che mettete nella coltivazione della vostra azienda è quello che vi distingue da tutti gli altri, e non il fatto che vi alziate all’alba per arare col cavallo o che al plenilunio bruciate la fillossera per poi cospargere le ceneri.
    E’ un peccato che passi il messaggio sbagliato e non quello vero che ricordo è l’amore per la vostra terra e le vostre creature. Quindi spero che ogni divergenza possa essere pianata al più presto e le divergenze ricucite.
    Saluti
    Angelo bertacchini – viticultore di montagna

  • roberte

    concordo pienamente con “custodire il seme” e non solo credo che questi eventi mondani spesso diventano una vetrina che porterà solo stress e scelte discutibile. I produttori che amano la loro terra non si trovano molto a casa loro in questi salotti, ma devono anche loro provare ad entrare in un mercato micidiale , si deve pure vivere…….a mio parere trovo molto più produttivo le fiere organizzate da piccoli produttori indipendente, come terraTerra, e altri che non scendono a compromessi di mercato.

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