Che cosa vuol dire “Vino Naturale”?

Definizione del concetto di “Vino Naturale”: basta l’autocertificazione o serve un sistema di certificazione predefinito?

7 commenti

  • massavecchia

    A proposito del sistema di certificazione, vorrei parlare di quello che attualmente è sottoscritto dai soci di Vini Veri e che viene utilizzato per selezionare le aziende partecipanti alle fiere. Per il momento è una autocertificazione, ma recenti avvenimenti hanno evidenziato che tale sistema può non essere efficace.
    Mi viene in mente un parallelo con il mondo prima e dopo l’avvento della moneta. Al tempo del baratto il mondo era piccolo, le persone si conoscevano e vigeva la regola della reciproca fiducia. Poi è stata la moneta a fare da garante: i confini si sono ampliati e i rapporti interpersonali passati in secondo piano, non più strette di mano ma moneta sonante a chiudere il contratto, a suggellare un rapporto.
    Tornando a noi, se conosciamo gli altri produttori, abbiamo un rapporto di reciproca fiducia con loro..e l’auto certificazione per dire “questo vino è naturale” è la forma più indicata: come una stretta di mano al tempo del baratto.
    Ma se vogliamo aprire le porte a chi non conosciamo…le cose sono due: o ci impegniamo per conoscerli meglio ad esempio andando a fare loro visita e invitandoli da noi (cosa che richiede il suo giusto tempo); oppure abbiamo bisogno di un certificato super partes che parli per loro, che faccia da garante e lasciamo perdere l’autocertificazione.
    Per chiudere dico che il sistema dell’autocertificazione basato sulla reciproca conoscenza e fiducia va a discapito della quantità, ma sicuramente va a favore della maggiore qualità. E visto che “poco ma buono” è il nostro motto nella gestione delle nostre aziende, viene da sé che applicandolo a contesti più ampi ne guadagniamo tutti in coerenza…

    • lecostedigradoli

      sono d’accordo che l’autocertificazione senza alcun sistema di controllo non serva a niente tre anni fa dividevo lo stand con uno che sul suo sito dichiarava di mettere 130 mg di solforosa e per essere a Villa Boschi autocertificava che rientrava nei limiti richiesti per parteciparvi. In francia la A.V.N. (Association vins naturels) per far sì che una nuova azienda possa partecipare all’associazione o alle manifestazioni da essa organizzate, deve essere affiancata da una azienda “storica” più vicina che si impegna a conoscerla meglio sia nello svolgimento delle pratiche agricole sia nella vita quotidiana. si chiama “parrainage”, patrocinio in italiano. forse potrebbe essere una soluzione

      • massavecchia

        grazie, gianmarco. credo proprio che il “patrocinio” alla francese sia un modo molto efficace: permette di evitare che ci sia un abuso nelle autocertificazioni e allo stesso modo permette di ampliare i confini, conoscere situazioni e aziende nuove con un ritmo a misura d’uomo. è proprio un’ottima idea!

  • AugustoCappellano

    Per me è un concetto libero, cioè ribelle. Un concetto che è “mio”, perché nasce prima da un mio modo di essere, di vedere la vita e di sognare il mondo. Questo MIO modo di essere si traduce e si concretizza in azioni che portano ad una agricoltura Naturale. Da questo punto di vista, o meglio dal MIO punto di vista l’autocertificazione è la MIA dichiarazione di ciò che sono e di ciò che faccio. E’ la mia espressione diretta di ciò che io sono. Nessun funzionario può avere maggiore autorevolezza per dimostrarla.

  • lecostedigradoli

    Sulla questione dei vini naturali, tema fritto e rifritto, noi viticultori per primi ci siamo espressi con poca omogeneità, dunque con poca chiarezza, forse dovuta alla difficoltà oggettiva del tema e alle sue svariate interpretazioni.
    A mio avviso il tema o significato di “vino naturale” andrebbe affrontato prendendo in considerazione tanto il prodotto quanto chi lo produce.
    Mi spiego meglio: per me, semplicemente, un vino naturale è un vino che è prodotto con uve coltivate senza l’utilizzazione di prodotti chimici, vinificato senza l’impiego di alcun prodotto enologico e tecnologie di cantina. A questo punto potrebbe subito riproporsi la discussione sull’anidride solforosa, se ammessa o meno, in che limite, ma su questo tema possono facilmemente nascere delle contraddizioni! Infatti, in una recente manifestazione di vini naturali alcuni amici mi hanno portato ad assaggiare un vino di un’azienda nuova. Appena i proprietari me lo hanno versato nel bicchiere, molto fieri, mi hanno detto che è fatto senza aggiunta di solfiti, spiegandomi che per ottenere un vino così fresco, con gli aromi integri, senza “sgradevoli ossidazioni”, oltre alla pratica della criomacerazione, spreco di energia e manipolazione della materia prima, hanno delle presse nelle quali possono aggiungere, durante le operazioni di pressatura, azoto liquido!!! vi rendete conto quanta tecnologia, spreco e dunque mancanza di naturalità.
    Per questo ritengo poco utile codificare, affinché un vino possa essere definito naturale, delle regole produttive, poiché attraverso la tecnologia o l’applicazione letterale dei protocolli biologico o biodinamico una produzione discutibile può facilmente rientrare nei canoni di quella naturale.
    Inoltre, penso sia impossibile poter definire un vino naturale senza prendere in considerazione chi è che lo anima.
    Questo secondo me è un parametro importante, da collegare al tema dell’etica del produttore, tenendo conto dell’importanza del concetto di coerenza e sobrietà.
    Altro esempio: in passato mi è capitato di collaborare per un’azienda che partendo da zero si è voluta subito orientare sulla produzione di vini naturali: agricoltura biodinamica con tanto di consulente francese, vini senza solforosa aggiunta fatti da me ma con obbligo di assistenza e supporto analitico di un laboratorio enologico ed immancabile enologo. Risultato: vini oggettivamente naturali e pure buoni. Cosa c’è allora che non va? Non c’è l’agricoltore, all’interno di questa azienda manca un cuore agricolo, una comunità agricola, cioè esiste un vino naturale prodotto da una entità non agricola, prodotto da capitali ingenti, direttori, consulenti: manca una naturalità soggettiva. Il proprietario di questa azienda è la moglie di un miliardario, proprietario di una banca. Forse fra i suoi migliori clienti ci sono industrie chimiche, farmaceutiche, produttori di armi, speculatori finanziari, o forse no ed invece, coerente con la filosofia produttiva naturale della sua nuova azienda, finanzia progetti di ricerca per trovare nuove energie alternative o metodi agricoli moderni più rispettosi della terra e dell’ambiente, industrie farmaceutiche che hanno come obbiettivo la vera salute dell’uomo e non i profitti. Forse è così, chi può dirlo! È comunque molto difficile appuralo se si pensa a mettere in piedi un sistema di regole e controlli che, oltre alle analisi del vino, fatte per trovare eventuali tracce di solfiti o pesticidi, si deve pure analizzare lo stile di vita ed il 740 del produttore: assurdo, impossibile. Questa azienda partecipa alla manifestazione di Villa Favorita, quindi normalmente ha subito i controlli che l’associazione Vin Natur fa sul vino; ma chi è andato a controllare se dietro al vino c’è un viticoltore? Non tenendo conto della figura del produttore c’è il rischio che, sull’onda della crisi economica e della moda dei vini naturali, chiunque possa permettersi un consulente biodinamico e un enologo pentito, che produce senza lieviti e con poca solforosa, può investire sulla produzione di vini naturali, magari registrando un marchio assurdo tipo quello “vini biodinamici”.
    Il vino naturale non può essere questo, deve essere il risultato di una coscienza agricola caratterizzata da coerenza e sobrietà. Per coerenza intendo una corrispondenza fra le pratiche agricole e quelle della vita quotidiana, che poi dovrebbe essere scontato per un agricoltore poiché normalmente vita e lavoro coincidono. Per sobrietà intendo che per fare un vino naturale a tutti i costi non ci devono essere sprechi energetici, speculazioni, inquinamento eccessivo, furbe operazioni di marketing.
    Sono convinto che l’agricoltura naturale e la produzione di vino naturale, per praticarle come si deve, debbano sentirsi dentro, debbano essere entrambe mosse da una esigenza di comunicare a tutti l’importanza del rispetto del territorio, dell’ambiente e della salute dell’uomo

  • Lispida

    “QUANDO CAMBIAMO IL MODO DI COLTIVARE IL NOSTRO CIBO
    CAMBIAMO IL NOSTRO CIBO,
    CAMBIAMO LA SOCIETÀ,
    CAMBIAMO I NOSTRI VALORI”

    MASANOBU FUKUOKA
    PADRE DELL’AGRICOLTURA NATURALE

  • praesidium

    Purtroppo il mondo del vino è assai complesso e spesso contraddittorio. Quante volte ci siamo chiesti come sia possibile, per un’azienda che produce un enorme numero di bottiglie (100-200-300-400 mila…ed anche molto di più) condurre una coltivazione biologica e biodinamica delle vigne. Sono sempre più numerose le aziende di grandi dimensioni che si convertono a tale tipo di coltivazione. Ci auguriamo che sia tutto condotto a regola d’arte, ma siamo molto scettici.
    E sono numerose anche quelle aziende che, grazie ad enormi capitali a loro disposizione, vengono messe in piedi da un giorno all’altro, e subito a coltivazione biologica e biodinamica, portate avanti da un equipe di professionisti fino ad allora estranei al luogo di produzione. Dove è finita la figura dell’agricoltore? Sono perfettamente d’accordo con Gianmarco. Nel vino si ritrova in primo luogo l’anima della terra intesa da un punto vista biologico, ed intesa come flora e fauna, in secondo luogo nel vino si ritrova l’anima di un territorio, inteso come comunità rurale, a cominciare dall’agricoltore e dalle persone che con lui collaborano, ai quali stanno a cuore il rispetto delle tradizioni, e per i quali la sanità e la qualità del vino rimangono gli obiettivi principali, non subordinati al profitto, come succede per altre realtà.
    Per noi il concetto di vino naturale è legato ai nomi di Attilio e Michele che con il loro lavoro manuale ci aiutano a rimuovere le erbacce sotto ciascuna vite, utilizzando la zappa, esattamente come facevano i nostri bisnonni ed a molti altri nomi fra i quali quelli di Francesca e Doina per l’aiuto nelle operazioni di sfemminellatura, diradamento e potatura verde in generale.
    Ogni volta ci auguriamo che sempre più numerosi i nostri clienti vengano a farci visita nel mese di Aprile e nei mesi successivi. Ma come fare a comunicare il nostro modo di intendere il lavoro e la vita a coloro che non ci conoscono e che non hanno la possibilità di venirci a trovare? Il vino stesso è il primo a parlare, è il protagonista. L’idea di Augusto secondo cui il vino risponde ai propri sogni ed alla propria coscienza è giusta e meravigliosa… ma proviamo a metterci dalla parte del consumatore. Anche noi, in altri campi, siamo noi stessi dei consumatori. Durante la fiera diversi visitatori ci hanno chiesto se la nostra azienda fosse biologica o biodinamica: sono rimasti delusi ed un po’ stizziti dalla nostra risposta (non siamo né l’uno, né l’altro). Si aspettavano che tutti i presenti in sala fossero l’uno o l’altro. Credo che una certificazione od un’autocertificazione non esaurisca il concetto di vino naturale, e non potrebbe mai farlo, ma costituisca almeno un punto di partenza per il consumatore verso la conoscenza di un’azienda dalla quale ci si aspetta un vino sano. Un primo passo verso una comunicazione più chiara ed una presa di responsabilità personale, potrebbe essere quello di riportare su una retro etichetta (fra l’altro molti già lo fanno) i parametri principali per i quali il vino si contraddistingue come vino naturale: contenuto di SO2, esclusione di alcune pratiche troppo manipolatrici, esclusione di diserbanti, etc…Però un sistema di controllo è necessario ed uno di tipo super-partes sarebbe preferibile ad un’autocertificazione. Il problema è a chi affidare i controlli. Quella del patrocinio è un’idea da tenere in considerazione, da non escludere, anche se credo forse poco praticabile visto il grande numero di aziende che generalmente partecipano alle nostre manifestazioni.

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