Intervista a Giuseppe Rinaldi

Rinaldi: “Il mondo artigianale, bene culturale castrato dalle cartacce”

«Io non ho mai sputato a terra, non ce la faccio.  Ma questo è un grande difetto perché poi ti resta tutto dentro…scusi, ma lei chi è?». Lui, intanto, è Beppe Rinaldi, artigiano, piemontese.

Sarebbe veterinario, ma fa il vignaiolo. Di lui si dice sia “una delle teste più originali, lucide e libere, della Langa”. E’ socio del consorzio ViniVeri proprio e anche perché è un uomo che non sputa verso una terra che genera, è preziosa e tali sono i suoi frutti. Figlia della terra e della passione di una sapiente mano d’uomo, non avrebbe bisogno la vite di burocrazia e certificazioni per dare vita al meglio di sé. Anzi.

“Il mondo artigianale  è castrato dalle cartacce”

«Il mondo artigianale – mette subito in chiaro Rinaldi – è castrato dalle cartacce… E’ evidente che a dettare le norme siano gli interessi delle multinazionali a discapito dell’artigianalità. Questo si palesa sia nelle norme da rispettare in cantina sia rispetto ai disciplinari che regolano l’accesso alle certificazioni».

Se la parola “artigialinalità” è giustamente sinonimo di qualità e anche “certificazione” per lo più comunemente viene considerata tale, allora s’intuisce subito che qualcosa da chiarire c’è.

«Il prodotto ha necessità di essere garantito, certificato, nel momento in cui viene a mancare il rapporto umano tra chi lo produce e chi lo consuma. Le certificazioni servono alle multinazionali, all’industria, a chi fa milioni di bottiglie che vende dagli scaffali di un supermercato e che non ha a disposizione altro mezzo di fidelizzazione. Il problema è che s’innesca in questo modo, come conseguenza, quel meccanismo che porta alla fine alla certificazione della certificazione di qualunque porcheria».

Non accade così nel mondo artigianale laddove pratica dell’accoglienza e rapporti diretti col cliente. Chi è abituato ad aprire le porte della sua cantina non ha  bisogno delle norme che servono alla grande distribuzione, «regole dettate dal consumismo e che non aiutano i piccoli produttori».

“E’ utile contare le bottiglie se non si contano anche le vigne?”

«Io – continua Rinaldi – dico sempre, e ribadisco, viva i controlli. Ma mi domando: è utile contare le bottiglie se non si contano anche le vigne? Se un territorio è veramente nobile, allora la prima cosa che va fatta è il contingentamento della produzione. Non si deve produrre più di quello che il mercato assorbe. E’ qui che non deve prevalere l’egoismo delle singole aziende che intendono arricchirsi a discapito del territorio».

Saggezza e lungimiranza sono, dunque, legate alla scarsità del prodotto “nobile” e affinché ciò avvenga è necessario che i controlli partano prima che dal frutto, prima che dalla bottiglie, sin dall’estensione dei vigneti e da una illuminata architettura del paesaggio.

«Altrimenti – precisa – è tutto un bluff per i consumatori perché è un dato di fatto che se si eccede nelle produzioni si perde in qualità. Il problema è che purtroppo prevale il dio denaro. L’arricchimento rapido, poi, è deleterio, la gente si monta la testa e rovina il territorio: così arriva chi mette le vigne laddove non vanno messe, a nord, in posizioni non vocate…. Gli enti di tutela devono funzionare: esercitare il ruolo di tutela, prima ancora che di promozione».

“Perché il vino è un bene culturale”

Ogni tanto, nel racconto (arte per cui Rinaldi ha un gusto particolare, quasi una vocazione) gli scappa qualche parola francese. Non a caso e non solo perché lui è piemontese. E’ che i francesi, non poi così distanti da Barolo altre l’Alpe, gli piacciono proprio. Loro sì che sanno trattare con i vignaioli artigiani.

«In Francia – sottolinea – le cantine artigianali sono normate differentemente da quelle industriali perché là a nessuno è venuto in mente di trasformarle in cliniche asettiche. In Francia le cantine storiche conservano tutto il loro fascino, sono curate alla stregua di veri e propri beni culturali, da proteggere, da mantenere nelle loro caratteristiche peculiari, serbandone con cura fino all’ultima maniglia d’epoca, mantenendone spesso anche gli impianti originali. Là i sindacati funzionano differentemente, non da commercialisti»

Beni culturali a presidio del territorio le vigne e le cantine, beninteso quelle condotte in un certo modo, sono ricchezza e bellezza collettiva e possono produrre ulteriore ricchezza comune. E’ una questione di prospettiva e non solo.

«Un produttore artigianale – dice – dovrebbe non guardare soltanto al suo orticello ma avere una visione collettiva perché il territorio è di tutti. Il vino e la terra sono soggetti culturali e come tali bisogna tutelarli evitando, innanzitutto, violenze alle colline e alle vigne. Il vino deve essere manifestazione ed espressione del territorio, portavoce nel mondo del messaggio culturale complessivo del luogo che lo genera. E’ per questo che noi diciamo che un vino deve rispondere a quelle che sono le caratteristiche proprie, peculiari del territorio e che il territorio deve essere tutelato e non stravolto…la monocoltura, per esempio, è una perdita sia umana sia culturale, ma questa è un’altra storia ancora ».